Le app per le dipendenze e i loro potenziali utenti

Antefatto

In SITD il collega Roberto Mollica coordina il gruppo di interesse sulla formazione e sull’innovazione tecnologica applicata alla salute, e per questo l’abbiamo invitato al nostro ultimo convegno regionale SITD Sicilia, per dirci appunto dell’uso delle nuove tecnologie nella cura delle dipendenze patologiche.
Siccome nell’imminenza dell’evento la sua partecipazione è stata temporaneamente in dubbio per impegni professionali improvvisi e irrinunciabili, mi è stato chiesto di preparare in quattro e quattr’otto un’altra relazione in tema  per sostituirlo, in stile cover band, ed io mi sono messo a tavolino e l’ho fatto.
Poi Roberto fortunatamente si è potuto liberare e ci ha portato i suoi dati e la sua visione dell’argomento, suscitando l’interesse generale.

A questo punto, per non sprecare il lavoro già fatto, lo ripropongo qui in forma di articolo, con un’angolazione un po’ diversa da quella di Roberto, che vede la materia con palpabile entusiasmo ed una certa ispirata visionarietà, come un’irresistibile forza disrupting, che presto cambierà il nostro mondo sonnacchioso.
Io invece mi sono andato a concentrare su quel che si sta facendo oggi nel mercato delle applicazioni per smartphone in campo di dipendenze patologiche, per ragionare su quali siano le funzioni che vengono messe a disposizione, e come una cosa del genere potrebbe venire inserita nel lavoro degli ambulatori delle dipendenze, e con quali criticità.

Alcuni elementi del ragionamento sono ripresi da stimoli, dati e riferimenti portati in passato da Roberto (il migliore tra i riconoscimenti è il plagio), altri derivano dalla mia ben nota, per chi mi conosce di persona, dedizione al digitale mobile, quasi-quasi al limite della dipendenza patologica.

Due mondi

C’è il mondo vecchio a cui apparteniamo ed a cui siamo placidamente abituati, e c’è un mondo diverso che è già tra noi; quello nostro va pian piano perdendo rilevanza, e siccome per come vanno e andranno le cose siamo destinati a lavorare fin quasi ad essere ottuagenari, sarà bene farcene una ragione e spingerci oltre le nostre abitudini per interagire con quello che c’è fuori.

Secondo una ricerca intrapresa dalla CGIL nel 2011, i professionisti dei SerT italiani a quella data avevano un’età media di 48 anni, 50 come dato modale (di maggior frequenza). Siccome le nuove assunzioni sono un fenomeno oramai raro, ci possiamo aspettare oggi a 6 anni di distanza che l’età media sia di 54 anni o più e la modale a 56.

Questo popolo di professionisti delle dipendenze, sicuramente esperti ma non giovanissimi, abituata a confrontarsi con gli utenti “storici” con cui condivide almeno in parte età, esperienze sociali e canali di comunicazione (la generazione della TV e dei giornali cartacei, del telefono fisso e del fax), si trova sempre di più in contatto con la successiva, connotata dalla naturalezza con cui fa propri in ogni momento della vita gli strumenti di comunicazione digitale e sociale.

Quanti sono?

Tanti.

Circa un terzo della popolazione italiana è composta di “nativi digitali” cioè persone nate a partire dagli anni ’80, quando sono arrivati da noi i PC. Hanno dimestichezza con monitor e tastiere, con il computer utilizzato in modalità “standalone” (non collegato a reti); una certa capacità di utilizzo di internet, che conoscono e usano ma meno frequentemente “vivono”

Un integrazione maggiore invece connota un quarto circa della popolazione, quelli nati a partire dagli anni ’90, la “Google generation”, abituata ai dispositivi mobili sempre online: soggetti capaci di gestire una continua disponibiità all’interazione (messaggi, post sui social), che trova assolutamente naturale avere a disposizione immediata conoscenze strutturali e notizie dalla Rete nel momento in cui servono e quindi può fare a meno di memoria e riflessione.

Queste persone, che oggi al più sono al confine tra trentina e quarantina, sono anche la nuova popolazione afferente ai nostri servizi, e andranno aumentando

In cosa differiscono dalla generazione precedente? Mi rifaccio a parole e concetti espressi da un bell’articolo della Redazione della rivista online Il Sileno.
Secondo l’articolo, i nativi digitali, avendo integrato nel loro processo cognitivo gli strumenti tecnologici sin dall’infanzia, sono facilitati nell’apprendere per esperienza nell’ambito di approssimazioni successive, anziché tramite uno studio sistematizzato da fonti autorevoli, che presentino il concetto già predigerito ed inquadrato. Avendo inoltre a disposizione tutto a portata di smartphone, sia le informazioni che le persone, hanno sviluppato particolarmente “la condivisione con i pari, la cooperazione, l’utilizzo di differenti approcci al problema dato e di molteplici codici e piani di interpretazione per risolverlo”, esponendosi quasi senza pudore e remore sui social, “per esprimersi, per apparire, per comunicare e per stabilire relazioni sociali ed affettive […]: il modo in cui vedono e costruiscono il mondo è differente“.

Questa considerazione si aggancia immediatamente con quelle della dott.ssa Laura Ambrosiano, psicanalista, come riportate dall’agenzia Adnkronos:

I ‘nativi digitali’ pensano diversamente, rispetto alle generazioni precedenti. Sanno più cose, ma hanno anche grosse lacune e la loro modalità di ragionare li rende più liberi ma anche più fragili rispetto alle dipendenze. […] La loro modalità di pensiero costantemente iperconnessa potrebbe portare a modificazioni importanti. Ora tuttavia possiamo provare a tracciare un identikit del nativo, sulla base degli studi disponibili”. Per esempio, c’è correlazione tra le ore di esposizione alle nuove tecnologie e l’aumento del quoziente intellettivo: significativamente, a troppe ore di esposizione non corrisponde alcun aumento.

I nativi, inoltre, mostrano di possedere un sapere enciclopedico, più vasto degli immigrati, eppure meno sistematico, e a volte con gravi lacune: “Imparano ciò che è utile a loro, per condividerlo subito con il gruppo, perché è nel gruppo che si risolve spesso la loro ricerca di soddisfazione“.

Infine, la velocità. “In questo continuo condividere, sembra che non vi sia tempo sufficiente alla strutturazione della tensione etica: il modello etico si fonda su quello prevalente nel gruppo, quello personale resta in secondo piano. Il concetto di privacy, come lo intendiamo noi, per loro non esiste

“La nostra esperienza clinica con gli adolescenti – aggiunge Giuseppe Pellizzari, coordinatore delle Frontiere per il Cmp – ci porta a osservare come il pensiero dei ragazzi tenda ad abbandonare strutture logico-deduttive e strutture etiche strettamente sorvegliate (superegoiche), per prendere altre strade, in cui prevalgono modalità eccitatorie. Questo può renderli più liberi, ma anche più vulnerabili, per esempio alle dipendenze“.

Un’altra cosa interessante è che i dispositivi mobili personali, concepiti da chi ne fa un uso pieno come un prolungamento di sé e della proprie capacità, possono godere di una maggior fiducia nell’essere autorizzati a raccogliere ed elaborare notizie anche molto personali, rispetto anche ad un amico o un professionista in carne e ossa.

Il New York Times Magazine ci spiega che sviluppiamo con il nostro dispositivo un rapporto così stretto (a torto o ragione) che siamo disposti a dargli le nostre informazioni più volentieri che al medico. Probabilmente i nativi digitali sono più disposti a confidarsi con un’app che non ha volto (ma che vivono come un’estensione di se stessi) che con una persona, esattamente come anche chi è più cresciuto cerca sintomi strani o di cui ci si vergogna, patologie reali o temute su Google, piuttosto che parlarne apertamente con qualcuno che potrebbe giudicare.

Di qui, l’idea – che sta lievitando un po’ ovunque – di affidare anche l’autocontrollo nelle dipendenze ai nostri dispositivi personali ed alle loro app. Si, perché ci sono un sacco di app che fanno proprio questo. Ma ripartiamo…

Cosa c’è dentro le app

In ambienti distanti da quelli dei nostri ambulatori, sviluppatori software che hanno una formazione professionale molto diversa dalla nostra, come noi si ripropongono di aiutare le persone a smettere di bere, di fumare, di drogarsi, di giocare d’azzardo. Ci provano pubblicando applicazioni per i dispositivi personali, che interagiscono con la persona facendo una serie di cose che adesso analizzeremo.

Intanto, diamo un’occhiata a questo mondo di app, provando a guardare le liste di applicazioni nei rispettivi “mercati” per Android ed iPhone/iPad:

SMETTERE DI FUMARE – per Android – per iPhone/iPad
SMETTERE DI BERE – per Android – per iPhone/iPad
SMETTERE DI GIOCARE D’AZZARDO – per Androidper iPhone/iPad
SMETTERE DROGHE – per Android – per iPhone/iPad
RIDUZIONE DEL DANNOper Androidper iPhone/iPad
SMETTERE IL PORNO – per Androidper iPhone/iPad

Come si vede ce ne sono molte, ed alcune sono specifiche, altre orientate a più dipendenze.

Quali sono i contenuti di queste app? Sono andato a spulciarmente un po’, ed ho trovato particolarmente rappresentativa l’autoesplicativa “App per smettere di fumare”, anche se altri elementi importanti son venuti fuori da “Stop drinking alcohol now”“Sober time – sobriety counter” e “Fumo Therapp”.

Ecco la lista dei contenuti inseriti dai programmatori:

  • Valutazione ambientale istantanea, o “Ecological momentary assessment” con gli episodi di uso di sostanze (es. sigarette) o gli stati emotivi da inserire nell’app in tempo reale;
  • Possibilità di un approccio radicale (troncare di botto il fumo o le altre dipendenze) o graduale (con un piano di disimpegno predeterminato dall’utente, ed avvisi che appaiono durante la giornata) – ed uso dei dati di ecological momentary assessment per tarare la riduzione dell’uso;
  • Calendari della sobrietà, che mostrano i giorni di astensione e i giorni di cedimento, e premiano via via i periodi di astensione più prolungati;
  • Riconoscimenti che si guadagnano nel tempo, come pietre miliari (un giorno, una settimana, un mese di astinenza, e poi via via contando in mesi ed anni), con grafica accattivante;
  • Conto alla rovescia per vedere quanto manca al raggiungimento di pietre miliari e obiettivi di salute, per non perdere di vista il risultato;
  • Spiegazioni sanitarie, mediche e psicologiche, su come nel corso del tempo migliori la salute fisica mentale e relazionale, dilazionate nel tempo, per sostenere e gratificare la scelta di smettere;
  • Possibilità di aggiungere i propri contenuti motivazionali (voglio smettere per…) e di farli apparire come notifica in momenti inattesi della giornata, sempre per rafforzare e gratificare;
  • Un totalizzatore di quanti soldi si sono risparmiati evitando di comprare sigarette (o alcol, o tutto il resto), dall’inizio o in specifici periodi (settimane, mesi);
  • Consigli “scientifici” su come smettere e ridurre i malesseri astinenziali, anche questi non presentati come lunga lettura, ma come pillole casuali che compaiono nel corso della giornata come notifiche;
  • Giochini semplici (gioca che ti passa) che si possono concludere in pochi minuti, a cui ricorrere nel momento in cui si sente la voglia della sostanza di scelta;
  • Salvataggio criptato dei dati in locale, sul telefono e non su un server remoto, per ridurre il timore che altre persone possano essere a conoscenza della propria dipendenza e del proprio sforzo di riabilitazione, ma, al tempo stesso…
  • possibilità di condividere sui social i progressi e gli obiettivi raggiunti. Così si accontenta la vena paranoica e la vena narcisista, che possono ovviamente convivere nella stessa persona;
  • E – per finire – social specifici riservati a coloro che usano attivamente l’app per smettere, una sorta di terapia di gruppo h24, dove chiedere aiuto, dare una mano, gratificare e farsi gratificare, ovvero colpevolizzarsi e lasciarsi colpevolizzare, spettegolare e quant’altro si fa su un social. Questa caratteristica in particolare non solo è a pagamento, ma pure piuttosto cara. Non ho capito se nel gruppo online c’è un conduttore h24 oppure è lasciato allo stato brado.

Risultati ottenuti

Che risultati si ottengono con le app? Non c’è ancora moltissima Letteratura scientifica in tema, e questo a mio avviso è dovuto alla distanza tra il mondo della ricerca clinica e quello degli sviluppatori di applicazioni, che non hanno in comune né cultura né metodi, e forse ritengono di avere più di un motivo per guardarsi reciprocamente con un po’ di diffidenza.

In effetti, in merito alla qualità delle app disponibili per gli smarphone, i ricercatori sono piuttosto critici 1 2, in particolare sulle fonti usate e la qualità delle descrizioni dei trattamenti. Non si fa però menzione dell’efficacia, ed il giudizio è quindi a priori, e non sappiamo se queste app, pure se carenti sul lato dei contenuti, abbiano effetti positivi, negativi o nulli.

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC5043521/

Non sorprendentemente, migliori valutazioni vengono attribuite ad app sviluppate nell’ambito di studi clinici. L’app Seva 3 , che come visibile nella schermata contiene sostanzialmente un sottoinsieme delle funzioni precedentemente discusse, ha fatto riscontrare un buon coinvolgimento dei pazienti, soprattutto nella dimensione di un auto-mutuo-aiuto duraturo, con pochi casi di utilizzo improprio; i medici sono stati poco presenti, invece di più i terapeuti comportamentali. Guardando i risultati, circa tre quarti dei pazienti usavano ancora l’app dopo un anno di sperimentazione, facendovi ricorso circa un giorno su due.

Un altro studio clinico dell’effetto di una app sviluppata in proprio ha evidenziato interessanti riduzioni delle quantità e delle giornate di consumo pericoloso di alcolici 4, interpellando i partecipanti su quali fossero le caratteristiche più utili dell’applicazione ed ottenendo queste risposte, in ordine decrescente di importanza 5:

  1. Consapevolezza delle proprie modalità di consumo, della quantità di alcol effettivamente bevuta in rapporto ai livelli di uso problematico, e inoltre consapevolezza del craving e delle condizioni che lo innescano;
  2. Notifiche motivazionali, promemoria e di incoraggiamento, particolarmente apprezzate (i pazienti consigliavano anzi di aumentarle);
  3. Apprendimento di abilità utili nella vita quotidiana, ad esempio quali attività piacevoli o coinvolgenti potrebbero essere d’aiuto in caso di craving;
  4. Calendario dei progressi compiuti;
  5. Autocontrollo, per il solo fatto di avvertire di dovere trascrivere l’uso di alcolici nell’app.

Per quanto ho riscontrato, nessuno degli sviluppatori di applicazioni liberamente disponibili ha ancora pubblicato uno studio sugli effetti della propria app, seppure online si trovino recensioni, ma non metodologicamente ineccepibili.

Un’app per il sistema di intervento italiano

Sarebbe ipotizzabile l’utilizzo di un app per coadiuvare gli interventi terapeutici operati nel nostro sistema di intervento nelle dipendenze patologiche? Ho provato a rifletterci, immaginando come potrebbe essere fatta.

La cosa più importante mi sembra mettere disposizione del paziente, con l’app, alcune informazioni condivise sul suo percorso terapeutico:

  • Obiettivi concordati con l’equipe in fase di accoglienza, e stato di avanzamento verso la loro realizzazione, eventualmente con i risultati delle periodiche rivalutazioni;
  • Piano terapeutico in vigore, anche per la terapia farmacologica domiciliare, con eventuali note terapeutiche;
  • Scadenze e appuntamenti con gli operatori, eventuali richiami per prelievi urinari random per chi effettua questo tipo di intervento;
  • Esiti dei drug test e altri referti analitici utili per tracciare gli obiettivi raggiunti;
  • Linea diretta con l’équipe curante, gestione a distanza della crisi;
  • Area di discussione aperta “gruppo terapeutico”, eventualmente con facilitatori;
  • Informazioni: counseling, psicoeducazione, riduzione del danno, opportunità sociali e lavorative, informazione legale etc.
  • “Ecological momentary assessment” (uso di sostanze, craving, umore etc.)

tutto questo ovviamente in associazione con le funzioni delle applicazioni già esistenti.

Gli sviluppatori interessati dovrebbero progettare l’applicazione in maniera modulare, per essere poi adattata dai terapeuti interessati attivando o disattivando specifiche funzioni, oltre che inserendo eventuali contenuti specifici o modificando quelli generici.

Certo, bisognerebbe avere una particolare attenzione alla privacy, facendo sì che i dati sul suo dispositivo, e quelli scambiati con il server presso l’ambulatorio siano sempre crittografati, e l’accesso sia consentito solo al paziente ed all’équipe dei curanti.

Inoltre la presenza dell’équipe o di facilitatori nel gruppo renderebbe necessari turni di disponibilità online, che senz’altro potrebbero costituire un problema per l’entità del carico di lavoro in servizi con difficoltà nelle dotazioni organiche.

L’effettiva utilità dell’intervento andrebbe determinata nei confronti di controlli storici o di un gruppo di controllo non esposto, o esposto ad un intervento sham (per esempio un’applicazione non interattiva, contenente solo ingormazion generiche).

Il costo dello sviluppo dell’app potrebbe essere sostenuto da fondi istituzionali, o sponsorizzazioni di soggetti privati.

L’app potrebbe essere interessante anche per le Comunità Terapeutiche, per le fasi di rientro e di follow-up, ed anche per i Servizi Multidisciplinari Integrati ed altre strutture riabilitative in fase semiresidenziale o ambulatoriale.

Se qualcuno ritiene che tutto questo sia solo fantascienza, probabilmente non ha ancora ben compreso il cambio di paradigma che la gestione della salute pubblica è destinato​ a subire a seguito dell’avvicinamento generazionale e culturale, e corre il rischio di esporsi prima alla concorrenza e poi all’obsolescenza. Ovviamente, su scala personale questa è una responsabilità individuale che ognuno valuta per sé, ma su scala di sistema di intervento nazionale è una responsabilità che sarebbe bene che gli attori istituzionali per dovere d’ufficio accettassero.

Bibliografia

 

  1. Penzenstadler L et al. Quality of Smartphone Apps Related to Alcohol Use Disorder. Eur Addict Res. 2016;22(6):329-338. Epub 2016 Sep 7. https://dx.doi.org/10.1159/000449097
  2. Abroms LC et al. iPhone apps for smoking cessation: a content analysis. Am J Prev Med. 2011 Mar;40(3):279-85 https://dx.doi.org/10.1016/j.amepre.2010.10.032
  3. Mares ML et al. Implementing an mHealth system for substance use disorders in primary care: a mixed methods study of clinicians’ initial expectations and first year experiences. BMC Med Inform Decis Mak. 2016 Sep 29;16(1):126 https://dx.doi.org/10.1186/s12911-016-0365-5 
  4. Dulin PL et al. Results of a pilot test of a self-administered smartphone-based treatment system for alcohol use disorders: usability and early outcomes. Subst Abus. 2014;35(2):168-75. http://dx.doi.org/10.1080/08897077.2013.821437 
  5. Giroux D et al. Examining perceptions of a smartphone-based intervention system for alcohol use disorders. Telemed J E Health. 2014 Oct;20(10):923-9. http://dx.doi.org/10.1089/tmj.2013.0222

5 pensieri riguardo “Le app per le dipendenze e i loro potenziali utenti

  1. debernardis ha detto:

    Mariagrazia, c’è anche da dire che se scarichi un’app da Google (o da Apple), lo sanno Google, Apple, e tutti i loro inserzionisti. Quindi, direi, la privacy è una cosa così, che uno si illude di avere, ma in realtà se una volta c’era, oggi non c’è più.

    1. Mariagrazia Fasoli ha detto:

      Caro Roberto (smack, smack!) una cosa è la privacy (= riservatezza, lo sanno solo quelli autorizzati, ma autorizzati da chi? this is the question!), una cosa è il segreto (non lo sa nessuno, tranne i direttamente coinvolti). Ti assicuro che, avendo fatto la figura della tecnocrate nel 1984, additata al pubblico ludibrio per aver preteso che dei 15 milioni di lire che ci spettavano per l’arredamento se ne spendessero 8 (otto) per comprare un Olivetti M24, mai misi in quel coso (che pure non era in rete: ma poteva essere rubato) le generalità di nessuno. E che, se anche quelli che mi avevano chiesto i dati, senza averli non ostante minacce di incriminazioni, mi han poi mandato amici, parenti e colleghi (immagina colleghi di chi) è perchè: 1) il segreto esiste eccome, basta star zitti e usare la carta 2) si smette benissimo anche senza tecnologia, come dimostrano milioni di persone che han smesso con i dodici passi senza nemmeno la carta. Ciò non per dire che la tecnologia non serve. Ma parafasando Umberto Eco: non è uno strumento intelligente per cretini (o conigli, aggiungo io). E’ uno strumento cretino per persone intellingenti. Nel nostro caso, visto che i cattivoni intelligenti abbondano, temo che sia per professionisti non solo intelligenti, ma anche dotati di intransigente deontologia, malfidenti e, possibilmente, con pessimo carattere. E qui cito Pertini che soleva dire che tutti quelli che hanno una carattere hanno un pessimo carattere. Poi che sian nativi digitali o nativi alfabetizzati non mi pare così importante.

    2. Mariagrazia Fasoli ha detto:

      Caro Ernesto e perchè mai, se Cesare, Cicerone, Leonardo, Galilei (continua tu) sono divenuti universalmente noti senza scaricare nulla da Google, Apple eccetera, noi, per le quattro cosette che ci riguardano davvero nella nostra piccola vita, (che non si è affatto allungata come limite, ma solo come numero di persone che lo raggiungono; e che non si è affatto estesa come influenza sulle persone che ci circondano ma solo come numero di pettegoli che lo vengono a sapere) dovremmo aver bisogno di Apple eccetera? Pensa che io ho scoperto che è molto meglio che faccia i numeri di telefono guardando l’agendina cartacea piuttosto che cercando il nome sul cell. Perchè, dopo pochissimo tempo, la mia personale e segretissima app da Homa Sapiens memorizza perfettamente, e senza rischi di smarrimento (a meno chè non mi venga un ictus, ma allora non credo che il cell rimedierebbe), di intrusione o di altro. Ovvio che a qualcuno invece (demenza in arrivo?) può essere utilissimo. Ma direi che è un po’ come le scale mobili: essenziali per i diversamente mobili, esiziali per gli altri che possono così guadagnarsi il diritto all’infarto. Scientificamente parlando: siamo stati almeno 200.000 anni nelle foreste, solo 5 o 6 mila (ma meno in Italia, ancora meno nel nord Europa) nelle città, meno di duecento con le protesi tecnologiche. Attenzione a non rovinarci il cervello come ci siam rovinati altro con il risultato di dover pagare palestre e fisioterapisti per tornare a fare ciò che era fisiologico e gratuito prima del “progresso”.

  2. Mariagrazia Fasoli ha detto:

    Articolo (come al solito) molto interessante e documentato. Per quanto riguarda il cosiddetto GAP generazionale, ho avuto anche pazienti, non certo giovanissimi, che vivevano facendo gli hackers (a quanto mi si dice, se violi i dati di un certo tipo di aziende, e poi glielo dici, non solo non ti denunciano ma pare possano anche pagarti perchè tu non lo dica a nessuno). Il problema, secondo me (e mi spiace dirlo), non sono le app ma il fatto che nei servizi (e non solo in Italia) sono ancora troppo rari i professionisti che sappiano come far smettere qualcosa a qualcuno, in breve tempo e senza farmaci, qualunque età abbiano loro o i loro pazienti. Le app, invece, si ispirano tutte a qualche metodo collaudato, che sia un programma comportamentale o un dodici passi o qualcos’altro. Quindi non si può confrontarle con un trattamento “as usual”. Quando, invece, un programma specifico per smettere (e non, per esempio, per rifare nuovo il malcapitato) esiste davvero, il confronto andrebbe fatto tra il programma stesso, realizzato con materiale cartaceo adatto o con la app. Per esempio, per i miei pazienti, servivano graziosi libricini neri e dorati (anche con la carta, come con le app, l’estetica è importante per l’esito) e varie altre trovate. Dato che si spera che ormai abbiano tutti capito (tranne forse qualche nativio digitale) che niente di ciò che è digitale è segreto (se non, ma solo per gli spensierati iperconnessi, l’uso che altri fanno delle loro digitate apparentemente gratuite) e dato che qualunque problema sanitario (e tanto più di questo genere) può essere usato contro chi ce l’ha, a parità di risultati, io sconsiglierei di sicuro le app, in ciò seguendo il parere di certi pazienti esperti. Certo, a patto che il SERT applichi la legge tuttora vigente (art. 120 del DPR 309/1990) e, quindi, su richiesta dell’interessato (che di ciò dovrebbe essere informato), realizzi programmi in anonimato, cioè senza chiedere il nome e tanto meno i documenti. Purtroppo non è così perchè giusto ieri, per rispondere ad una signora Emiliana che mi ha scritto su sdrogabrescia, ho controllato alcuni siti istituzionali ed ho constatato che, ben lungi dall’informare sul diritto all’anonimato, avvisano le vittime di presentarsi (addirittura) con tessera sanitaria e codice fiscale. Dato che la cosa più semplice è portare quella di qualcun altro (come è successo), immagino che chiederanno anche la fotocopia della carta di identità. In questo caso, certo, le app hanno un ruolo e senza bisogno di tanti studi. Ma, scusate la franchezza, solo per evitare il SERT…

Lascia un commento