L’italiano medio il vizio degli stupefacenti non lo capisce

Paolo Nencini, professore ordinario di Farmacologia presso l’Università di Roma “La Sapienza”, con grande gentilezza ci ha inviato un suo scritto dove illustra in dettaglio la relazione tenuta presso il nostro convegno di Roma.
Lo ringraziamo sperando di averlo ancora con noi prossimamente, per godere della sua chiarezza nel raccontare fatti storici e scientifici affascinanti e scarsamente conosciuti.

“L’italiano medio il vizio degli stupefacenti non lo capisce”.
La tossicodipendenza in Italia prima della epidemia di eroina degli anni settanta.

di Paolo Nencini

Unitelma – Università di Roma La Sapienza.
Mail: paolo.nencini@unitelma.it

Il virgolettato nel titolo è tratto dalla prefazione di Oreste del Buono alla traduzione italiana del ’56 di un libro americano sul traffico internazionale della droga (Oursler & Smith, 1956). Era una prefazione un po’ sorprendente poiché avvertiva il lettore a non dare troppo credito all’allarme che voleva suscitare il libro, in quanto l’esempio italiano dimostrava che il fenomeno della tossicodipendenza non era così esteso come si voleva far credere; insomma, ciò che i due autori scrivevano al massimo riguardava gli Stati Uniti. In effetti l’opinione di Del Buono trovava riscontro nella sostanziale marginalità del fenomeno del consumo voluttuario di stupefacenti nell’Italia di quegli anni ed è in accordo con l’opinione corrente che il fenomeno si sia manifestato non prima della seconda metà degli anni sessanta –il famoso sessantotto-, raggiungendo le dimensioni di una vera e propria epidemia nel decennio successivo.  Insomma, la tossicodipendenza -da eroina essenzialmente- sarebbe comparsa all’improvviso e, prendendo a modello l’epidemiologia delle malattie trasmissibili, avrebbe avuto l’impatto dell’arrivo cinquecentesco in Europa della sifilide o di quello dell’AIDS negli anni ottanta del secolo scorso. Avrebbe cioè trovato la popolazione del tutto inerme sia sul piano biologico che delle strategie igienico-sanitarie di prevenzione.

Ma quella epidemia, che sarebbe diventata endemia, era davvero esplosa in assenza di ogni protezione oppure, al contrario, malgrado preesistessero misure di prevenzione e contenimento?

 

L’italiano refrattario al vizio degli stupefacenti?

Non v’è dubbio che durante il XIX secolo e cioè quando l’uso voluttuario degli stupefacenti prende le forme che oggi conosciamo, le Alpi  abbiano protetto il nostro paese, nel senso che l’Italia rimase esclusa da quelle dinamiche economiche, politiche, demografiche e culturali che agitavano i paesi a più alto sviluppo e che costituirono il contesto nel quale l’uso, il misuso e l’abuso di stupefacenti si sviluppò. La Francia aveva scoperto già con l’impresa napoleonica d’Egitto il suo “Oriente mediterraneo”, come lo chiamavano, e l’hashish era parte del fascino esotico che ne sprigionava; e poi l’espansionismo coloniale l’aveva posta in contatto con l’oppio indocinese e non furono pochi i suoi funzionari civili e i suoi militari che ne rimasero presi. La Gran Bretagna ebbe, irrefrenabile, la passione per il laudano, sorta di coltellino svizzero buono per ogni occasione, ma conobbe presto anche un forte dibattito etico sull’oppio indiano, che proseguì per tutta la seconda parte del secolo. La Germania, poco interessata all’espansionismo coloniale, era tutta presa da uno sviluppo senza pari dell’industria chimica e farmaceutica, di cui l’isolamento di alcaloidi d’origine vegetale era stata la prima tappa seguita subito dalla loro trasformazione sintetica: la morfina, la cocaina, l’eroina, la dionina, ecc. Dall’altra parte dell’oceano, gli Stati Uniti avevano seguito la Gran Bretagna nell’uso disinvolto dell’oppio e della morfina; conobbero inoltre il problema etnico del fumo dell’oppio da parte della vasta comunità cinese, ma fu un problema che seppero anche ben sfruttare per farsi campioni della politica internazionale per l’eradicazione dell’uso non terapeutico dell’oppio in Oriente, che soddisfaceva anche le ambizioni espansionistiche su quello scacchiere fino ad allora dominato da Gran Bretagna e Francia.

L’Italia era esclusa da tutto ciò: non era paese produttore, ma nemmeno manifatturiero in questo campo e infatti è solo negli anni venti del XX secolo che la Carlo Erba e altre poche aziende cominciarono ad estrarre la morfina dall’oppio e a sintetizzare un po’ di eroina (tab.1). Certamente, nel nostro paese si faceva ampio uso terapeutico degli stupefacenti: il Cantani nel suo trattato di terapia medica – siamo negli anni ottanta-  elenca ben 44 indicazioni per tale impiego, e fin da subito la cocaina e poi l’eroina trovarono una loro collocazione terapeutica, anche se a volte del tutto fantasiosa. Ma è indubitabile che la dipendenza da stupefacenti in Italia durante il XIX secolo fu fenomeno assai raro; basti citare quanto scriveva alla fine del secolo una delle figure più rappresentative della neuropsichiatria del tempo, Enrico Morselli: “In Italia, specialmente, e in tutti i paesi meridionali, il cocainismo e lo stesso morfinismo sono relativamente rari; e più il primo che il secondo. Pur esercitando da ben quindici anni in due grandi centri urbani, come Torino e Genova, dove la vita moderna ferve in tutta la sua intensità, io non sono riuscito, malgrado una pratica privata piuttosto estesa, a raccoglierne più di quattro casi; né mai di cocainismo primitivo e puro, ma sempre di cocainismo preceduto da morfinismo e a cui erasi sostituito, poco a poco, oppure di morfio-cocainismo, in cui le due intossicazioni procedevano parallele” (Morselli, 1896).

Evidentemente, in Italia l’impiego terapeutico, pur se ampiamente over-the-counter, non stava svolgendo il ruolo di volano dell’uso compulsivo di tali stupefacenti. Certo, sfogliando le riviste mediche è possibile imbattersi in qualche caso di morfinismo, come quello di un 45enne napoletano che aveva cominciato ad usare il laudano in occasione di una infezione colerica alla quale per sua fortuna era sopravvissuto e a cui era tornato in occasione di gravi traversie esistenziali per accorgersi infine che meglio ancora era la morfina ipodermica; un caso da manuale, ma lo stesso estensore del case report concludeva che «Fortunatamente in Italia la morfinomania volontaria o non esiste o è in proporzioni ristrettissime; la maggior parte dei morfinomani è quella che il medico o poco accorto ha fatto diventar tali, o il dolore fisico, ribelle ad altri mezzi curativi ha costretto a divenire» (Grippo, 1895).

 

La letteratura italiana non si interessa agli stupefacenti

È importante osservare che, diversamente da quanto stava accadendo oltralpe, nemmeno la cultura italiana si interessò al “vizio degli stupefacenti”. Si pensi ai primi romanzi di D’Annunzio così modernamente decadenti, ma sempre così scontatamente ebbri di vino, fosse lo champagne del Piacere o il vinaccio da bettola del Giovanni Episcopo. È vero che Giovanni Verga si servì dell’oppio per il suicidio di Narcisa la protagonista di Una peccatrice, ma con risultati davvero goffi con la poveretta che per pagine e pagine deve attendere il pentimento ormai tardivo del suo amante fedifrago per entrare in coma, ora che non vorrebbe più morire: sfortunatamente il narcan era di là da venire. Nemmeno i più accesi tra i futuristi – e siamo già nel secondo decennio del nuovo secolo- mostrarono interesse per gli stupefacenti; basti sfogliare le pagine di Lacerba, la loro rivista così trasgressiva da essere da subito perseguita per oltraggio al pudore e vilipendi vari, per rendersi conto che la voluttà psicofarmacologica continuava ad essere cercata nelle solite coppe di champagne, in forme e contesti a cui farà efficacemente il verso Petrolini.

Non è allora un caso che per trovare riferimenti letterari alle sostanze psicotrope e alla dipendenza da loro indotta ci si debba rivolgere a Italo Svevo, che scriveva in italiano ma che era perfettamente calato in una realtà mitteleuropea, e ad Annie Vivanti che era più inglese che italiana. Il primo, oltre al tabagista impenitente della Coscienza di Zeno, ci ha restituito la tragica figura di Amalia, la sorella del protagonista di Senilità, nascostamente dipendente dall’etere, fino a morirne di delirium tremens; la seconda, in Circe del 1912 prende a piene mani dal repertorio psicofarmacologico dell’epoca -morfina, cocaina, cloralio, nitrito d’amile- ma colloca l’intreccio nell’ambito dell’aristocrazia zarista.

 

L’Italia e la diplomazia della droga

Insomma, ad ogni livello socioculturale l’italiano non credeva al vizio degli stupefacenti e, paradossalmente, su questa premessa si basò l’aspirazione italiana a svolgere un ruolo in quella “diplomazia della droga” che, a partire dalla Commissione di Shanghai del febbraio 1909, stava acquistando sempre più lena: secondo il nostro governo era proprio l’assenza dell’uso voluttuario di stupefacenti e di interessi economici diretti che rendeva il nostro paese libero di fornire un contributo costruttivo alla soluzione del problema. Era un argomento un po’ spericolato a dissimulare il vero obiettivo che era quello di cogliere ogni occasione possibile per svolgere un ruolo da protagonista nelle relazioni internazionali. Nel caso specifico funzionò, poiché la nascente potenza americana, che stava costruendo una intransigente politica di eradicazione della produzione di oppio e cocaina non finalizzata all’uso terapeutico, aveva interesse ad allargare la platea delle nazioni coinvolte nel processo diplomatico. Non è quindi un caso che il Segretario di Stato americano accettasse di buon grado la partecipazione italiana alla Commissione di Shanghai, anche se il nostro Paese non aveva alcun interesse e ben scarsa competenza al riguardo come del resto dimostrarono le striminzite due paginette del contributo del nostro rappresentante. Il nostro cosiddetto disinteressato ruolo ricevette inoltre il pubblico riconoscimento dell’irruento negoziatore americano Hamilton Wright, che così scriveva al tempo della Conferenza dell’Aia del 1912: “L’Italia è uno di quei paesi felici nei quali il vizio dell’oppio, in ogni sua forma, non esiste e malgrado il fatto che il governo italiano abbia ben scarso interesse materiale nella questione dell’oppio, ciononostante ha continuato a cooperare con gli altri governi negli aspetti internazionali del problema.” (Wright,1912).

 

Il contrabbando di hashish attraverso il porto di Brindisi

In realtà, quando Wright esprimeva questo apprezzamento, l’Italia aveva già da qualche tempo la sua gatta da pelare con il traffico internazionale degli stupefacenti. La storia riguarda l’hashish ed è documentata da un voluminoso fascicolo custodito nell’Archivio Centrale dello Stato. Per comprenderla appieno, dobbiamo premettere che l’hashish era stato riconosciuto dal Consiglio Superiore di Sanità come medicamento e quindi, per legge, la sua importazione era esclusivamente subordinata al pagamento di un dazio. Al contrario, in Egitto la sua importazione era severamente proibita, poiché già da decenni il governo si proponeva di eradicare una usanza, il fumo dell’hashish appunto, che godeva di vasta popolarità; a tal fine, era particolarmente sorvegliata la rotta dalla Grecia, che costituiva il maggior produttore di cannabis del tempo. Con grande astuzia quindi, un commerciante turco e il suo socio greco, entrambi residenti in Brindisi, importavano regolarmente l’hashish in quel porto per poi affidarlo a marinai che lo contrabbandavano in Egitto. Questo traffico creò problemi sempre più seri alla compagnia britannica P&O (Peninsular and Oriental), fino al punto che si vide minacciata di non poter più utilizzare i bacini di carenaggio della Compagnia del Canale. Le vive proteste dell’armatore britannico con le autorità italiane non trovavano soddisfacente risposta perché in effetti sul suolo italiano i due commercianti agivano in maniera perfettamente legale e portarono –è il 19 agosto del 1909- il Ministro degli Esteri Tommaso Tittoni a proporre al Presidente del Consiglio Giovanni Giolitti quello che sembra essere il primo cenno politico alla necessità di una legislazione specifica sugli stupefacenti: “Che se le attuali disposizioni legislative non permettano di colpire gli stranieri i quali alimentano questa indecorosa speculazione, io ti prego di voler considerare se non sia il caso – e richiamo tutto il tuo interessamento su questa grave questione – di presentare al Parlamento un progetto di legge che vieti, perché pernicioso alla salute pubblica, il commercio dell’hashish.” Alla fine la soluzione fu trovata, non dalle autorità di pubblica sicurezza né da quelle sanitarie, ma dal Ministero delle Finanze che modificò il repertorio delle tariffe doganali per cui “prodotto Haschisch che prima era ammesso alla libera importazione nel regno sotto la voce “Medicamenti composti non nominati” era ora assimilato al ‘sugo di tabacco’ del quale la libera importazione è proibita…”. Insomma una soluzione merceologica ad un problema che era di tutt’altra natura. (per ulteriori dettagli vedi Nencini, 2017, pp.113-119).

Il caso del contrabbando di hashish attraverso il porto di Brindisi è di grande importanza per diversi motivi. Primo, perché permette di chiarire un punto frainteso dagli storici di lingua inglese che si sono domandati come mai il governo italiano avesse tanto insistito perché all’ordine del giorno della Conferenza dell’Aia fosse posta la questione dell’hashish. La risposta che si sono dati questi storici era che l’Italia aveva un problema di consumo nelle proprie colonie, il che sicuramente non era. Secondo, perché segna l’inizio di quello che per i successivi cinquant’anni sarà il problema dei problemi per l’Italia e cioè il suo coinvolgimento nel traffico degli stupefacenti a causa della sua posizione geografica che la rendeva uno snodo ideale sia per le rotte verso l’Europa e l’America, che verso l’Oriente.

Dimostra infine come uno stato di diritto possa trovarsi in difficoltà di fronte ad un astuto sfruttamento di lacune legislative e poiché la proposta di Tittoni a Giolitti non ebbe seguito, quando, nel corso della Grande Guerra, la supposta refrattarietà del popolo italiano agli stupefacenti cominciò a mostrare segni di cedimento e la cocaina fece la sua comparsa nei locali notturni delle grandi città, le autorità di polizia non ebbero strumenti per agire.

 

L’arrivo della cocaina

Ne fu testimone Antonio Gramsci che sulle pagine dell’Avanti! di Torino commentava la chiusura d’autorità di uno di tali locali dove i giovani consumavano cocaina: “Il Mogol è stato chiuso per ordine del questore: nelle ore tarde della notte giovani vi si riunivano per inebriarsi con la cocaina. Perché fu chiuso il Mogol? Per il fatto che accoglieva clienti nelle ore interdette dalla legge, o perché questi clienti vi si inebriavano con la cocaina? I nomi di questi infelici non sono stati pubblicati; non è stato pubblicato neanche il nome del farmacista che vendeva loro il veleno. Dunque il fatto per l’autorità non costituisce crimine, i nomi non sono nomi di colpevoli che sia utile dare alla pubblicità come esseri nocivi al benessere sociale: l’autorità si è solo preoccupata dell’ora non regolamentare, ma non per questa ragione, piuttosto perché aveva sforato l’orario di chiusura” (Antonio Gramsci Cocaina (21 maggio 1918), in Sotto la Mole. 1916- 1920, Torino, Einaudi 1960.).

Gramsci, ovviamente, ne dava una interpretazione politica che era in accordo con la forte ostilità del movimento operaio nei confronti di comportamenti ritenuti esclusivamente borghesi: “I giornali benpensanti hanno avuto una breve fuga di moralismo. Uno si è accorto che in Italia la cocainomania non è punita dalle leggi, e se ne preoccupa. […] Ohibò, non è la legge che farà scomparire il vizio. […] L’uso della cocaina è indice di progresso borghese: il capitalismo si evolve. Costituisce categorie di persone completamente irresponsabili, senza preoccupazioni per il domani, senza fastidi e scrupoli.” È importante tenere presente che il corsivo era datato 21 maggio 1918, in un momento estremamente delicato della guerra (di lì ad un mese ci sarebbe stata l’ultima grande offensiva austriaca sul Piave) e se Gramsci riconduceva il consumo di cocaina ad una questione di classe, altri ne avrebbero fatto oggetto del torvo risentimento dei reduci verso gli imboscati. Ne è un esempio un romanziere ormai dimenticato, Mario Mariani, che due anni dopo la fine della guerra così infatti si esprimeva:

“Tutti i grandi alberghi si tramutarono in bordelli, lo sciampagna e la cocaina festeggiarono le vittorie d’un centimetro degli assenti.

Nelle trincee, per un centimetro, si moriva, si moriva.

I generali più cretini che la storia ricordi portavano al macello un popolo, e, a casa, gli imboscati gavazzavano nell’oro, nel lusso, nella lussuria. Briachi.” (Povero Cristo, 1920, pp. 194-195).

Ma la cocaina non fu appannaggio esclusivo degli imboscati, poiché subito dopo la guerra tenne compagnia a molti di coloro che, in nome della vittoria tradita, si erano raccolti attorno a D’Annunzio nell’avventura fiumana: «un po’ di tutto è venuto a te, divina Fiume: purezza, ardore, ardimento, vanità, cocaina, fede, ipocrisia, moneta falsa, voracità, sacrificio. E tutto ciò tu hai accolto beatamente, faticosamente, perché tutto ciò si chiamava, indistintamente, Italia», scriveva uno di costoro, Mario Carli, ardito e futurista (Mario Carli, Trillirì, 1922, p.138). E nella bella prosa di Giovanni Comisso, con la cocaina termina l’avventura di uno di quegli accoliti di D’Annunzio: “[…] mi mandò un portaordini con un cartoccino religiosamente confezionato e un biglietto, uno dei suoi soliti biglietti grotteschi fino alla disperazione: ‘sfavillo nel fuoco della mia polvere. Siamo alla fine di un sogno. A te l’ultimo pizzico. Alalà!’” (Giovanni Comisso, Il porto dell’amore, 1924, p.204).

Quella fiammata di “festa della rivoluzione”, come è stata definita (Claudia Salaris. Alla festa della rivoluzione: artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, 2002), finì presto e la cocaina tornò ad albergare nei locali notturni, tra le “Fru-Fru del Tabarin” e i loro facoltosi amanti, nei quali si imbatté Francesco Sabatucci, neuropsichiatra  del Policlinico romano, lasciandoci un’assai preziosa casistica (Sabatucci, 1922). Nel frattempo, con trent’anni di ritardo, il genere letterario che possiamo definire del naturalismo scandalistico prese piede anche di qua dalle Alpi con il ben noto Pitigrilli di Cocaina (1921), ma anche con il Luciano Zuccoli di Divina Fanciulla (1920) e l’Amalia Guglielminetti di La rivincita del maschio (1923), dove l’amore libero si coniugava con la cocaina ma anche con le sigarette oppiate. E poi di nuovo con la Vivanti che in Naja Tripudians (1920) descriveva due giovanissime e assai inesperte figliuole di un medico di campagna che venivano circuite e trascinate nel gorgo della pedofilia in un’orgia di stupefacenti. Nel 1929 Guido da Verona scriveva una dissacrante parodia dei Promessi sposi e la faccenda degli untori non poteva restarne fuori, con l’introduzione di una variante beffarda: “In verità eravi senza dubbio qualcuno, anzi un gran numero di gaglioffi, che notte e giorno andavano spacciando qualcosa; questo qualcosa non era un unguento fatto con rospi, od altri insetti, od altri mammiferi immondi, ma era una polverina bianca, d’aspetto innocente come il bicarbonato di soda, e che però costava prezzi esorbitanti: la cocaina. Essa non fa venire la peste, ma impedisce momentaneamente di sentirne il peso a chi per caso l’avesse. Così, mentre da un lato si accusavano e lapidavano i pretesi untori, dall’altro facevano affari d’oro gli spacciatori di cocaina.” (p. 216).

Questa letteratura permetteva alle sartine di spiare attraverso il buco della serratura le trasgressioni del bel mondo, dando modo all’igienista Nicola Badaloni di denunciare in Senato le “descrizioni fantasiose di libri e giornali”, delle “gioie, degli eccitamenti e delle ebbrezze” prodotte dalla cocaina. Ma è da dubitare che abbiano costituito un esempio da imitare poiché è ben evidente che l’uso voluttuario di cocaina non riuscì a percolare nella più ampia popolazione e il cocainomane, così come ogni altro consumatore di stupefacenti, rimase oggetto di ripulsa sociale con il conforto della scienza medica che aveva in pieno sposato la teoria della degenerazione così come elaborata da Cesare Lombroso. Scriveva, ad esempio, il direttore del manicomio di Torino, Vitige Tirelli (1920), che di quella linea di pensiero era un illustre esponente: “chi frughi le origini di tutte queste ‘scorie sociali’ troverà sempre la ragione della malattia in una tara originaria profonda. Onde penso che, anche per chi abusa di stupefacenti, come per gli alcolisti, valga la legge di una predisposizione biologica anormale; fondamento allo sviluppo della psicopatia, di cui l’abuso dei tossici è solo un’espressione necessaria”.

 

La legge del ‘23

Per quanto l’abuso di stupefacenti rimanesse fenomeno circoscritto, il clima era favorevole per un intervento legislativo che permettesse oltretutto di chiudere le scappatoie legali che avevano permesso i fatti di Brindisi. Relatore della proposta di legge fu il già citato Badaloni e l’iter parlamentare si svolse tra il ’21 e il ‘22 con interventi di altissimo profilo da parte sia di illustri clinici, si pensi a Marchiafava, sia di giuristi del livello di Lodovico Mortara e Raffaele Garofalo. Diversamente dall’iter accidentato che un decennio prima aveva subito la legge sull’alcolismo, quella sugli stupefacenti godette del sostegno di un’amplissima maggioranza e i pochi che vi si opposero lo fecero trovando eccessive le pene erogate che, tuttavia, appaiono ben blande a confronto di quelle attuali: tre anni di reclusione come pena massima, che infatti altri, al di fuori del Parlamento, considervano irrisoria. Fu il caso del neuropsichiatra romano Carlo Felice Zanelli, il fraterno amico di Marino Moretti, che così scriverà anni dopo: “Tre anni di carcere, quando sia applicato il massimo della pena, possono costituire il tempo per riposare dalle onorate fatiche e meditare ulteriori affari; quanto all’ammenda, contro un attivo di centinaia di migliaia di lire, il conto torna” (Zanelli, 1948, p. 167). Comunque sia, a votazione segreta, la Camera approvò definitivamente la proposta con 233 voti favorevoli e 12 contrari e il 18 febbraio 1923 fu legge n. 396 del Regno d’Italia con il nome Provvedimenti per la repressione dell’abusivo commercio di sostanze velenose aventi azione stupefacente. È importante osservare che solo il neuropsichiatra socialista Ferdinando Cazzamalli pose, ma invano, il problema del recupero del soggetto tossicodipendente: “Il progetto di legge non contempla la cura degli intossicati e non si cura di esaminarli nella loro figura di malati. Sarebbe stato opportuno introdurre delle norme a favore di questi disgraziati, cioè per il ripristino della loro salute, per la loro redenzione morale e per il loro ritorno nei quadri della società. Nel progetto di legge si giunge alla soppressione della libertà, ma non è con qualche mese di carcere che l’individuo malato può trovare un’azione efficace contro la sua mania. Bisogna che l’individuo venga ricoverato, inviato, cioè a ospedali psichiatrici, dove trovi la massima cura.”

Dovranno passare cinquant’anni perché la proposta di Cazzamalli trovi ascolto.

Le maglie della legge venero ulteriormente strette durante il ventennio fascista, con l’obbligo del sanitario di segnalare alle autorità di pubblica sicurezza il soggetto tossicodipendente, che di conseguenza era interdetto a esercitare particolari mestieri e attività commerciali. Impossibile dire quanto queste norme siano state efficaci nel prevenire l’abuso di stupefacenti che era già così circoscritto; in ogni caso esse permisero di riempire tabelle concernenti i sequestri e le denunce, da inviare alla neonata Società delle Nazioni, tabelle che testimoniano che l’Italia rimaneva infatti sostanzialmente al riparo dal fenomeno (Tab. 2).

 

La collaborazione con la Società delle Nazioni

L’invio delle statistiche sulla circolazione, legale ed illegale, degli stupefacenti sul suo territorio, non fu l’unico adempimento dell’Italia nei confronti della Società delle Nazioni. A tal proposito dobbiamo rammentare che all’indomani della fine della Grande Guerra, le potenze vincitrici, tra cui l’Italia, imposero l’inserimento delle deliberazioni della Convenzione dell’Aia nel trattato di pace di Versailles e affidarono la loro implementazione ad un organismo ad hoc della Società delle Nazioni, l’Opium Advisory Committee. L’Italia si fece parte attiva nei lavori di tali organismi societari, muovendosi secondo una linea politica che trovò una lucida teorizzazione nel rapporto che  Fernando Attolico, diplomatico di grande valore e allora vicesegretario generale della Società, aveva inviato a Mussolini: “Noi abbiamo tutto l’interesse a intensificare e valorizzare la nostra azione non soltanto per meglio assicurare sul terreno internazionale la difesa delle nostre popolazioni dal flagello delle droghe ma altresì perché, essendo noi la sola grande Potenza europea che non ha interessi materiali da difendere, […] possiamo assumere a buon mercato l’alta funzione di tutelare i superiori interessi dell’umanità e di erigerci in Europa a campione della lotta contro un traffico veramente nefando che minaccia le basi stesse della civiltà occidentale. E poiché […] il problema assume di anno in anno importanza internazionale sempre maggiore l’Italia potrà crearsi anche in questo campo degli ottimi titoli da poter un giorno eventualmente far valere.” (per una analisi del rapporto dell’ambasciatore Attolico, vedi Nencini 2017, p. 81 e sgg. e p. 250 e sgg.)

Il massimo contributo italiano alla diplomazia della droga sarà fornito nell’ambito della Seconda Conferenza di Ginevra, tenutasi nel 1931, che tracciò, potremmo dire una volta per tutte, il sistema di controllo internazionale degli stupefacenti. La delegazione italiana, guidata dal Senatore Stefano Cavazzoni, fu infatti molto attiva ponendosi in una posizione di intransigente sostegno ad un rigido controllo alla fonte della produzione e fabbricazione degli stupefacenti. Arrivò addirittura a proporre il bando totale della produzione di eroina, una posizione che tuttavia l’Italia si rimangiò quasi subito, poiché le autorità sanitarie ritennero che lo stupefacente aveva una azione analgesica superiore ad ogni altro oppiaceo. Per inciso, fu quindi solo nel 1954 che l’eroina fu bandita dalla Farmacopea, ma di nuovo con forti critiche da parte dei clinici (Nencini, 2017, p.309).

 

Il contrabbando di stupefacenti attraverso l’Italia tra le due guerre mondiali

Pur continuando ad insistere sul tasto dell’impegno disinteressato, l’Italia era in realtà sempre più alle prese con il contrabbando di stupefacenti attraverso i suoi porti. Vi concorrevano due fattori: il primo era costituito dalla vicinanza del terzo maggiore produttore mondiale di oppio, la Turchia (Tab. 3); il secondo dal fatto che la flotta mercantile italiana si era notevolmente espansa – dalle 540 mila tonnellate di inizio secolo ai 3 milioni e 260mila del 1930- con il conseguente aumento esponenziale dei traffici di merci e persone attraverso i porti nazionali. Così si esprimevano infatti le nostre autorità marittime a proposito dell’accusa egiziana all’Italia di consentire, con la propria passività, il contrabbando di stupefacenti attraverso i suoi porti: “Le stesse difficoltà che sussistono per il Governo egiziano per combattere l’introduzione e lo smercio in quello Stato degli stupefacenti, si verificano, e in misura ben maggiore, nel porto di Trieste per controllare che tali droghe, generalmente, anzi esclusivamente preparate all’estero, non si nascondano tra i numerosi colli trasbordati in zona franca, dove per ragioni ovvie, ammesse dallo stesso Governo egiziano, non è possibile, senza paralizzare il traffico, esercitare una verifica sistematica e completa della merce, o non vengano trasportate nella piccolissima quantità che può agevolmente occultarsi sulle persone, nei bagagli o nei numerosi ripostigli della nave…”. («riservatissima-urgente» della direzione generale della Marina mercantile del 3 maggio 1932). Ciò non riguardava solo l’Egitto, essendo il caso anche del contrabbando verso gli Stati Uniti con uno stillicidio di sequestri, in genere di modeste quantità di oppio e morfina, all’arrivo nel porto di New York dei grandi transatlantici italiani, incluso il famoso Rex. In alcuni casi, tuttavia, la quantità contrabbandata con naviglio italiano non fu certo irrisoria, come in quello della motonave Hilda, appartenente al Lloyd Triestino, che, ispezionata nel porto di Hong Kong nell’ottobre del 1930, risultò nascondere ben 424 kg di eroina provenienti dalla Turchia e imbarcati nel porto di Trieste.  Ma proprio quel caso dimostrò la buona fede italiana, perché fu la nostra intelligence a scoprire il contrabbando permettendo l’intervento dell’Opium Advisory Committee, in applicazione di quanto i nostri funzionari a Ginevra avevano raccomandato: “In considerazione di tutto questo il mio parere è che il Governo Italiano dovrebbe segnalare alla S.d.N. i dati in suo possesso circa il carico di cui si tratta [sottolineato a matita]. […] La S.d.N. darebbe allora istruzione alle dogane del porto di sbarco di sequestrare il carico. Ciò avverrebbe senza che venga messa troppo in evidenza la partecipazione di elementi italiani al contrabbando. Mi pare che questa sia la soluzione che presenta meno inconvenienti. Non far nulla potrebbe provocare per le compagnie di navigazione dei guai anche maggiori, perché c’è molta probabilità che un giorno o l’altro il traffico che si fa con i nostri vapori finisca per essere scoperto.” (Citato in Nencini, 2017, p. 284).

 

La collaborazione con gli Stati Uniti d’America

Oltre a soddisfare gli obblighi verso la Società delle Nazioni, l’Italia fin da metà degli anni venti mantenne una collaborazione con le autorità americane che si fece sempre più organica, fino all’accreditamento di due funzionari del tesoro presso il Consolato di Milano che all’inizio del ’41 –in piena guerra- erano ancora in servizio. Tra i loro compiti v’era quello di tenere d’occhio italo-americani in odore di mafia che trascorrevano periodi di vacanza nei loro paeselli di origine con il fondato sospetto che il vero scopo fosse quello di organizzare il traffico d’oppio ed eroina verso gli Stati Uniti. Un sospetto che divenne certezza all’indomani della fine della Seconda Guerra Mondiale, quando anche a causa della poco lungimirante politica americana di rimpatrio di elementi mafiosi nel loro paese di origine, il traffico di eroina tra l’Italia e gli Stati Uniti prese le enormi dimensioni che sono state ampiamente descritte. Basti qui aggiungere che nel caos del dopoguerra l’organizzazione criminale che faceva capo a Lucky Luciano si avvalse addirittura della produzione industriale di eroina: per 250 kg, nel caso del direttore tecnico di una onorata casa farmaceutica, per 450 kg, nel caso di una piccola industria fondata da un altrettanto onorato professore di chimica dell’Università di Milano Nencini, 2017, pp. 302-303)..

 

Il dopoguerra

È della massima importanza sottolineare che sul territorio nazionale rimaneva ben poco, se non nulla, di tutto quell’oppio e di tutta quella eroina; l’Italia, in altre parole, indugiava nella stessa condizione dell’anteguerra, sebbene ora le dimensioni del traffico fossero molto maggiori. Un po’ di cocaina continuava a circolare in ambienti assai circoscritti e così il giorno di Pasquetta del ’47 un anziano e austero deputato alla Costituente venne sorpreso in un albergo a ore nel tradizionale contesto di sesso e droga, con la prostituta ben nota alla Buoncostume e la cocaina sul comodino. Quasi dieci anni dopo, nel ’56, scoppiava lo scandalo del Victor’s Bar, un locale notturno prossimo a Via Veneto, dove alcuni giovani rampolli dell’aristocrazia romana furono arrestati per consumo di cocaina, spacciata da un vecchio gerarca fascista, il pittoresco Max Mugnani. “nobilucci […] recanti a spasso malamente nomi tanto sonanti quanto decaduti”, scriveva Del Buono nella prefazione da cui siamo partiti, avendo quindi buon gioco a sostenere l’incredulità dell’italiano medio verso il vizio degli stupefacenti: “Anche quando legge le notizie di grosse azioni della polizia italiana contro trafficanti e consumatori o i resoconti delle inchieste americane che indicano nel nostro paese una delle maggiori basi del traffico, l’italiano medio non s’impressiona. È il vizio in sé e per sé che non viene preso sul serio, e, in fondo, si tratta di un segno assai consolante. Vuol semplicemente dire che tale vizio attecchisce così poco a casa nostra da giustificare l’incredulità dell’opinione pubblica.”

Malgrado l’indifferenza dell’opinione pubblica, fu di nuovo il contesto internazionale a spingere il Parlamento, siamo nel ’54, a una riforma della legge degli stupefacenti in senso ben più restrittivo, avendo il dichiarato scopo di innalzare le pene in modo tale da rendere obbligatoria la detenzione preventiva. E infatti alcuni di quei nobilucci di cui sopra, e altri giovani malcapitati subirono lunghe carcerazioni prima di vedersi, in alcuni casi almeno, assolti in tribunale.

Una munitissima Linea Maginot era stata costruita e il nemico non sarebbe dovuto passare. Ma passò: nel caso dell’eroina, ne fu sequestrato un solo kg nel 1971, dieci anni dopo i kg erano 197, nel 1991 si era superata la tonnellata e mezzo (1.541 kg) e nel 2001 si arrivò a due tonnellate (2.058 kg), per flettere a 810 kg dieci anni dopo, quando però furono sequestrate oltre sei tonnellate di cocaina (6.352 kg). Bisognava cominciare ad accettare la realtà, come avvenne con la legge del 1975 che, a oltre cinquant’anni dalle vane sollecitazioni del Cazzamalli, finalmente prevedeva percorsi riabilitativi o, comunque, di riduzione del danno per i tossicodipendenti. Il passaggio epocale è lucidamente colto dall’allora Presidente del Tribunale dei Minori di Firenze, Gian Paolo Meucci –molto vicino a La Pira e a don Lorenzo Milani- in un convegno dei primi anni ottanta: “Quando io ho cominciato ad interessarmi dei giovani, in relazione al ruolo da me esercitato, nel 1966-67, il fenomeno dell’uso di “droghe” era ancora circoscritto a certi soggetti, a certi ambienti, a certe categorie per cui non si poteva in alcun modo parlare di un problema sociale. Tanto è vero che si aderì acriticamente alle convenzioni internazionali emanando la legge del 1954 che metteva tutti sullo stesso piano, i consumatori, gli spacciatori e i fabbricanti. L’Italia, infatti, nel 1954, parlava della diffusione, dell’assunzione di stupefacenti in termini estremamente blandi, ancor meno dell’alcoolismo, appunto perché era un fenomeno totalmente marginale e riservato a certi ambienti, che non preoccupavano in alcun modo. La legge del 1954, quindi, affrontò una realtà che non esisteva di fatto, ed ha dimostrato che una legge estremamente repressiva non serve ad arginare un fenomeno che ha profonde radici sociali, tanto è vero che la droga cominciò a circolare secondo le connotazioni dei paesi industrialmente avanzati, appunto, quando anche il nostro paese entrò nell’era della civiltà industriale.” (Meucci, 1983, p.4).

 

Conclusioni

Come estesamente argomentato nel mio “La minaccia stupefacente. Storia politica della droga in Italia” e qui riferito in maniera sintetica, l’Italia è rimasta a lungo protetta dalla diffusione voluttuaria di stupefacenti, malgrado sia stata crocevia del loro traffico internazionale per tutto il XX secolo. È altamente improbabile che tale protezione sia derivata da una legislazione che si fece sempre più repressiva, in quanto non impedì che agli inizi degli anni settanta del secolo scorso in maniera quasi improvvisa si diffondesse l’uso endovenoso dell’eroina. I motivi di quella improvvisa epidemia attendono ancora di essere adeguatamente studiati, fors’anche a causa del sorprendente disinteresse storiografico verso un problema di così rilevante importanza per il buon funzionamento della società italiana.

 

Bibliografia essenziale

Gray W.A. “The Opium Problem” Annals of the American Academy of Political and Social Science 1925; 122: 148-15

Grippo, F. L’ambliopia da morfinismo cronico. La Riforma Medica 1895; XI: 122-125.

Meucci G.P., Per una impostazione corretta del problema della tossicofilia nell’adolescenza. Droga Anni ottanta. L’Aquila 1983.

Morselli, E. Nota sulla psicosi cocainica e sue varietà̀ nosografiche. La Riforma Medica 1896; XII: 554-557.

Nencini P. La minaccia stupefacente: storia politica della droga in Italia. Il Mulino 2017.

Oursler, W. e Smith, D. 1952 Narcotics: America’s Peril, Garden City, N.Y., Doubleday;

trad. it. Droga. Una piaga dell’America, Firenze, Parenti, 1956.

Sabatucci, F. Sindromi neuropsichiche nei fiutatori di cocaina, Il Policlinico. Sezione Medica, 1922; XXIX: 235-286.

Tirelli, V. Morfina e cocaina. Archivio di Antropologia Criminale, Psichiatria e Medicina Legale 1920; XL: 209-231.

Wright H. The International Opium Conference. American Journal of International Law 1912; 6: 865-889.

Zanelli C.F. Tossici e Intossicati, 1948 Milano, Bolla.

1925 1926 1927 1928 1929
Morfina (importata) 305 265 203 136 275
Morfina (prodotta) 72 54 49 61 89
Eroina (importata) 182 259 126 99 151
Eroina (prodotta) 13 8 8 11 13
Cocaina 217 155 176 145 146

 

Tabella 1: importazione e produzione di stupefacenti nel quinquennio 1925-1929, espressi in Kg. (Nencini, 2017)

 

1927 1928 1929
Cocaina 4,696 4,067 4,690
eroina 0,080 1,776 6,072
Morfina 0,531 2,061 0,083

 

Tabella 2: sequestri effettuati durante il triennio 1927-1929, espressi in Kg. (Nencini, 2017)

 

Tonnellate
Cina 1995,8
India 886,6
Turchia 294,8
Persia 204,1
Regno di Jugoslavia 106,9
Grecia 22,7
Turkestan 20,0
Afganistan 11,7

 

Tabella 3. Produzione mondiale di oppio nel 1922 (Gray, 1925).

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