Giornalismo ed esiti di San Patrignano

Su “La Stampa”, edizione online, del 6 marzo 2018, un articolo sulla comunità di San Patrignano dà conto del fatto che ha raggiunto il pareggio di bilancio e dei suoi nuovi progetti.

Nel corpo dell’articolo viene riferito che “secondo l’Università di Bologna, la percentuale di persone salvate supera il 72 per cento”.

Farei grande attenzione al significato e ai limiti di questa affermazione che presenta gli esiti del programma di San Patrignano in maniera eccessivamente semplificata e probabilmente fuorviante.

Non è chiaro a quale studio dell’Università di Bologna si faccia riferimento, e la pagina del sito di San Patrignano concernente le “ricerche scientifiche” non ne dà conto. Ove i lettori disponessero di informazioni più approfondite, apprezzeremmo moltissimo il loro aiuto nel reperire i corretti riferimenti.

Per quel ho capito, viene probabilmente fatto riferimento a quanto descritto in un volume del 2005, pubblicato da Franco Angeli editore, e intitolato “Oltre la comunità. Studio multidisciplinare di ritenzione in trattamento e follow-up su ex-residenti di San Patrignano”. Per quanto mi è noto il protocollo e i risultati dello studio non sono stati sottoposti a pubblicazione peer-reviewed. Il volume è firmato da tre sociologi delle università di Pavia (prof. Aldo Polettini) e Pesaro (prof. Giuliano Piazzi e prof. Giorgio Manfrè).

I limiti di questo studio sono stati evidenziati dall’imsieme delle società scientifiche del settore delle dipendenze patologiche (la Consulta, che univa le associazioni Alea, FederSerD, Itaca Italia, Sia, Sicad, Sitd. Co.N.O.S.C.I., Ass. Naz. CT Pubbliche) con una comunicazione del settembre 2005, firmata dal nostro socio dott. Paolo Jarre.

Sinteticamente, veniva evidenziato che lo studio non prendeva in considerazione tutti coloro che iniziavano l’intervento in comunità, ma soltanto quelli che, tra il 2000 ed il 2002, ne erano usciti dopo almeno tre anni di permanenza (N=511). Nel linguaggio degli studi clinici, si tratta di uno studio di tipo “per protocol” e non di tipo “intention to treat”. Nella lettera di risposta degli Autori alle criticità riportate dalla Consulta, viene ulteriormente chiarito che il tasso di ritenzione per almeno tre anni era ai tempi del 45%, quindi dobbiamo supporre che il totale degli arruolati in comunità in quel periodo fosse di circa 1135 soggetti (il 45% di 1135 è 511, approssimato senza decimali).

Di questi 511 che avevano concluso il triennio, gli Autori erano  riusciti a contattare 287 soggetti (quindi il 56%).

Dei 287 contattati, il 72% aveva esiti positivi a distanza di 2-4 anni, valutati mediante esame del capello con ricerca dei cataboliti di svariate sostanze psicoattive.

Poiché nulla sappiamo dei 244 soggetti che non si è riusciti a contattare, non siamo legittimati a ipotizzare che i loro tassi di esito positivo fossero uguali a quelli contattati; anzi è verosimile che l’impossibilità a reperirli possa essere indizio in un un consistente numero di casi con esito negativo.

Nel caso tutti e 244 avessero avuto esito negativo in base ai criteri della ricerca, il tasso di esito positivo per la coorte che riusciva a terminare il triennio scenderebbe dal 72% a (72×287/511)% cioè al 40%.

Può essere concepibile quindi ritenere che un esito positivo dopo un triennio di permanenza in comunità possa localizzarsi entro l’intorno tra il 40 ed il 72%.

Ripeto questo valore è relativo a chi ha soggiornato almeno tre anni in comunità, e non è generalizzabile all’esito atteso dell’ingresso nella comunità perché sono stati esclusi dalla valutazione tutti coloro che ne sono usciti prima, dopo un giorno, un anno, due anni, due anni e undici mesi etc.

Prendendo valido il valore di 1135 come numero di coloro che, al tempo, entravano a San Patrignano, il tasso di esito positivo, valutato come “intention to treat” (tra coloro che provano questo trattamento, quanti successi avremo?) e considerando l’abbandono come esito negativo scende da 40-72% a 18-32%.

Ovviamente non sappiamo se chi ha abbandonato prima di tre anni ha continuato ad usare sostanze psicoattive illegali o no. Negli studi clinici per “intention to treat” comunque l’abbandono è considerato esito negativo del trattamento.

Possiamo quindi più realisticamente interpretare i dati così: la speranza di esito positivo per soggetti entrati a San Patrignano a fine anni ’90, valutato a 2-4 anni dall’uscita dalla comunità, era del 18-32%.

Non vorrei essere frainteso. Non ho nulla contro San Patrignano, che come tutti i trattamenti nel campo delle dipendenze, sia ambulatoriali che residenziali, ha successi ed insuccessi. Viceversa non mi piacciano le semplificazioni giornalistiche che portano a fuorviare i risultati reali. Penso che sia nel maggior interesse di San Patrignano presentare i propri risultati nella maniera più obiettiva in maniera di non indurre speranze incongrue e consentire di accedere al suo intervento con la massima informazione.

Per completezza devo aggiungere che:

  1. il termine, piuttosto improprio, “salvati”, sembra indicare in termini generali una restitutio ad integrum della persona, cioé l’assenza vita natural durante di ricadute. Questo dato non è ricavabile da un esame del capello effettuato dopo 2-4 anni, che in funzione della lunghezza del capello (diciamo da 1 a 20 cm per semplificare) indica assenza di uso di sostanze psicoattive per il periodo da 1 a 20 mesi antecedenti.
    La storia naturale della patologia da dipendenza indica la possibilità di ricaduta sia nei tempi precedenti che in quelli successivi al periodo preso in considerazione.
    Quindi il termine “salvati” è non solo improprio ma fuorviante, e potrebbe essere più corretto usare “in remissione nel periodo preso in considerazione”.
  2. a complicare ulteriormente la situazione ed a ridurre ulteriormente la percentuale di casi positivi, risulta che per prassi San Patrignano consenta l’accesso al trattamento solo a persone molto motivate, dopo lunghi colloqui, ed operi una selezione assai stretta; inoltre tende a non accettare più casi sociali, né adulti oltre i 30 anni (ove questo non rispondesse a verità sarò felice di smentire con la massima onestà intellettuale, che gli operatori di San Patrignano meritano).
    Questo ulteriore filtro all’accesso riduce ulteriormente la proiezione di speranza di successo per i casi “generici” (alcuni dei quali potrebbero essere semplicemente rifiutati).A tal proposito ricordo che i servizi pubblici non possono effettuare simili selezioni ed hanno il dovere di prendere in carico tutti i casi che si presentano. Ogni comparazione di esiti tra un intervento ad accesso elettivo, ed uno ad accesso universale, è impropria.

Accludo qui per approfondire la lettera della Consulta e la risposta degli Autori, e ringrazio per questi materiali Paolo Severi, e per la discussione Salvatore Giancane.

Lettera della Consulta

Replica degli Autori

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